Toni puntata undici

La prima volta che una bocca si è pronunciata sussurrando, “Toni è un mona”, le parole sono partite di rimbalzo sbattendo sulle orecchie di quasi tutti quelli del paese. Si sa l’ignoranza non è sorda e, da li a una settimana, Toni era diventato veramente mona. La notizia era arrivata in ogni casa e ad ogni angolo del paese, tra i contadini intenti a zappare la terra, nei capelli cotonati delle parrucchiere per vecchie, dal macellaio e dal salumiere, e addirittura fin sopra il campanile. È alto il campanile del paese, spararla grossa e poi spingerla fin su, non è affatto facile!!!

Questo omone di malta e mattoni, eretto nel lontano 1897, sembra un ciclope senza braccia e le campane. Se ti concentri e cerchi la sua punta guardandolo dai suoi piedi, la sua altezza fa girare la testa per questo suo slancio verso il firmamento.

Si parte da sotto e ci vogliono buone gambe, dice Toni, e già a guardalo da dentro ti vien la tremarella, perché ci si ritrova dentro a un tubo di mattoni rossi, alle cui pareti sono appicciate delle scale che percorrono a chiocciola tutto il suo corpo fin sopra le spalle. E dopo una faticaccia da montanaro si arriva nella casa delle campane e la vista ti toglie il fiato. Si narra che da lassù, quando il buon Dio spazza via dai cieli nubi e fuliggine, si riesca a vedere la bellissima Venezia, il nostro vanto, “ciò el ze, el Veneto insoma”, dice Toni.



A parte il vanto regionale, tanto reale quanto ormai lasciato scadere nell’ultimo anno dalle nostre istituzioni, Toni si prende il tempo per raccontare, a suo modo, cosa succede quando qualcuno in qualche piazza del paese, si mette a dire bugie su altre persone che non sono mai presenti: Bè Toni questo è chiaro, altrimenti che bugie sarebbero!!!

Insomma dice lui, bastano quattro “betoneghe o betoneghi” - par condicio - o forse meno, per cominciare a scrivere una pagina partendo da una bugia e che poi piano piano, passando di lingua in lingua, diventa un libro pieno di “buzie false”: perché Toni esistono anche le “buzie vere?”. Ma fosse solo quello!!! Il libro si scrive in mezzo ai finocchi del mercato, si infila nelle conversazioni tra un caffè e un prosecco, sulle panche nelle chiese - che il Signore se potesse schiodarsi!!!! -, in fila alla posta - “a forsa de spetare se diventa veci - fuori dalle scuole e dagli asili, in centro parrocchiale e chi ne ha più ne metta, prima però si concentri e porti alle labbra un’ombra.

L’arcano mistero delle “feic nius”, quindi, parte dal paese, incredibile, e il “vecio rinbanbio” di Toni, è riuscito a spiegarlo bene quasi alla pari di un “cattedrato” spocchioso e bugiardo, quando serve; serve a lui, questo è chiaro.

Alla prossima