Lusel

Scendo le scale in silenzio mi fermo al primo pianerottolo, e dopo aver stropicciato gli occhi ed essermi stiracchiato, raccolgo la gabbia del canarino, ancora addormentato, e riprendo il viaggio verso la cucina. Sono le 6.20.

Con la lentezza tipica di un bradipo apro tutti e tre i balconi che si affacciano sul piccolo giardino di casa. E sono tre!!! Tre respiri profondi con gli occhi sgranati a scrutare il cielo e i campi. Oggi il cielo è come quando lo devi disegnare, e cerchi sicuro nella scatola dei pastelli il colore celeste. Sia chiaro, non azzurro ma celeste, c’è una gran bella differenza. Intanto la moka comincia il suo gorgoglio meraviglioso, un suono paragonabile al canto delle sirene, non puoi resistergli. Con la mano nel cuore bisogna ammettere che non c’è partita con le sciatte macchinette pronti via. La moka sbuffa per aria il profumo del caffè, come il camino di un treno a vapore, conquistando dolcemente ogni spazio della cucina, e donandoti quella serenità che serve per poter affrontare la giornata.

Torniamo a noi.

Io e il canarino. Lo guardo e ascolto il suo canto. È una terzina di quarti. Quando “Lusel” canta in quel modo e solo in quel modo, così l’ho chiamato dopo aver visto uno spettacolo dei Fichi D’india, vuol dire che vuole essere liberato. Apro la porticina della gabbia, saltella appoggiandosi velocemente sulla soglia e poi vola. C’è da dire che tutta quella prigionia non è salutare, e di fatto il suo volo è una specie di borbottio di una vespa 50 ingolfata che si accende ma mai come vorresti.

Lusel ci prova, e io lo scruto.

Se ci pensiamo bene, prendendo le distanze da qualsiasi colore politico-religioso e da qualsivoglia convinzione, siamo proprio noi quelli dentro alla gabbia. Il nostro chinarci ridicolo e cadaverico verso il padrone che per il nostro bene ci apre e chiude la porticina, ci fa dimenticare la bellezza del volo. E noi ingolfati di ansia, ipocondria e altre maledette catene, in silenzio rientriamo nella nostra gabbietta senza batter ciglio e senza un colpo d’ala.

Lusel rientra da solo e nella tazzina non c’è più caffè.

Buona vita a tutti