Chat, smartphone e figli

Uno, due e tre.

Improvvisamente tre ragazzini vengono estromessi dalla chat whatsapp di classe, all’interno della quale ci sono due genitori che per scelta non hanno dotato di smartphone - da migliaia di euro - e app sbrana cervelli, i loro figli. Dopo il “fattaccio” inizia una serie di telefonate tra adulti, per discutere e così capire, le motivazioni di tale violenza virtuale. Tutti gli indizi portano all’amministratore dodicenne, eureka, che si difende e viene difeso dalla mamma, dichiarando che il cellulare gli è stato strappato di mano da una ragazzina, la quale poi ha effettivamente “ucciso” virtualmente i tre malcapitati.

La sera, il fastidio è palpabile, vengono di nuovo ammessi alla famigerata chat. Due ragazzini ringraziano i loro aguzzini, il terzo, Francesco, sceglie di andarsene e di dar le spalle al vuoto che percepisce, in quella che invece i suoi compagni, compresi i genitori, vedono come un’opportunità e un valore.

Il fattore scatenante “dell’impiccagione” popolare virtuale, è semplice: Pensieri e opinioni diverse.

C'è da riflettere seriamente. Comprendere il motivo per cui un genitore si stracci le vesti per un fatto banale come quello dell’essere estromesso da una chat, e non si interroghi invece sul fattore scatenante che ha portato una ragazzina e la maggior parte della classe, a pensare che tre compagni non fossero degni di stare nella chat d classe, è vitale. Essere estromessi e derisi, insultati e infangati con meschinità di ogni genere, a leggere ciò che scrivono ragazzini di 11/12 nelle chat viene la pelle d'oca, e solo per aver pensieri e opinioni diverse, è un segno che non appartiene al bullismo ma descrive una deriva sociale ormai chiara, travestita da democrazia e che nella realtà è l'eco di un fascismo che vive già tra noi.

La maleducazione che si muove dentro alle chat di classe è la conseguenza di scelte scellerate, del capovolgimento della Verità e di valori usa e getta a servizio di clic.


Se un genitore sceglie di armare la mano di suo figlio con un mitra, senza vegliare su di esso, pensando che il ragazzino non lo provi per vedere l’effetto che fa negli altri, è chiaro che il malato non è il figlio ma il genitore.

Se un genitore non sorveglia la quotidianità del proprio figlio e non insegna il valore del rispetto, della comprensione, dell’accogliere il pensiero altrui e rispettarlo, è chiaro che il malato non è il figlio ma il genitore.

Se un ragazzino pensa che uno smartphone e whatsapp siano il messia sceso in terra, la soluzione a tutti i problemi, la realizzazione di se stessi, è chiaro che la colpa non è del ragazzino ma del genitore.


Il mondo andrà dove deve andare, e c’è da credere purtroppo in un suo peggioramento, visto la moria di anime che si spengono a colpi di clic sul tastierino di un cellulare.

Una speranza c’è però. È quella di piccole roccaforti che resistono ai colpi e sono vive più che mai. Genitori guerrieri che amano veramente i loro figli e li guidano. Figli diventati dei miracoli e forti dei valori che hanno ricevuto.


Il resto si sbriciola dentro alle chat di whatsapp e non solo.

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© 2020 Cristiano Turato